Associazione Culturale L'Agorà - Giarre  


Statuto Programma News Attività Archivio Cinecircolo Links Foto



      Forum

 

 

Dettagli...

Chiudi dettagli  


 

> CRONACA ESCURSIONE

Escursione sull’Etna :  Bosco Cubania – Valle del Bove  

domenica 2 maggio 2010 – Associazione AGORA’

Tutte le volte che si deve fare un’escursione sull’Etna l’incognita del tempo è incombente e ingombrante. Stavolta siamo stati fortunati. Fosse stato ventiquattro ore dopo il cielo era così nuvoloso che non sarebbe stato conveniente neppure partire da casa.

La bella giornata assolata ci ha permesso di muoverci e ammirare il  territorio visitato con tutta comodità e con lo splendore della luce, sia pure attutito da un velo impalpabile.

Ma il nostro animo era del tutto pronto, o meglio, il mio stato d’animo com’era?

A me piace andare in montagna con l’animo sgombro da pesi e pensieri della mente, ma quando accompagno una comitiva non posso essere così esigente, devo misurarmi con le esigenze degli altri, e perciò mi accontento.

Questa domenica d’inizio maggio ero un po’ sfiduciato perché non potevo contare sul sostegno del mio amico  Giuseppe, assente giustificato, che avrebbe dovuto avvertirci sull’ascolto dei rumori del bosco e sul canto degli uccelli. Così mi sono limitato a illustrare l’ambiente che ci attorniava e i panorami che si aprivano, indicandoli sul momento.

Con un pizzico di egoistica malizia ho chiesto aiuto alla memoria, facendo ricorso all’esperienza precedente fatta nello stesso luogo in autunno ;  insomma, sfidando una mia  forte repulsione alla vanagloria ho utilizzato le impressioni e le sensazioni scritte che avevo buttato giù nell’occasione della visita autunnale organizzata dal WWF.

Vero è che nel presentare l’escursione sulla locandina per i soci e simpatizzanti dell’Agorà avevo accennato al fatto che il 15 novembre qualcuno in questi luoghi aveva perfino “ incontrato “  Don Chisciotte della Mancia… e quando  la mattina nel luogo del raduno qualcuno avrebbe desiderato  conoscere i particolari dell’incontro mi sono permesso di rimandare la spiegazione sul luogo.

In modo del tutto regolare, cioè senza alcun imprevisto, lasciamo le auto sulla strada asfaltata, qualche chilometro sopra  il villaggio di Fornazzo e cominciamo il percorso a piedi.

Senza preamboli, dopo un centinaio di metri invito tutti a fare la prima sosta - siamo in diciannove, un numero ideale per un’escursione etnea -  e molti rimangono sorpresi. Dico loro che siamo entrati in una casa nuova, abbiamo appena varcato la soglia del bosco e siamo ancora nell’ambiente dell’ingresso, dobbiamo renderci conto di dove siamo, guardando la posizione del sole, stabilendo la posizione del mare Ionio, individuando la direzione del cratere centrale, eccetera, eccetera.

Mi faccio coraggio - sapeste come sono timido e timoroso in queste cose  -  e invito questa bella ragazza che abbiamo con noi, una biondina dolce e lieve, la figlia di Aldo e Graziella, che fa la fidanzatina con un giovane della sua età, a leggere le parole  “dell’incontro letterario”.  Claudia comincia con un tono soave ma deciso, una voce suadente e morbida, abituata alla lettura e  immune da inflessioni dialettali (non la ringrazierò mai abbastanza per il timbro della sua voce), e crea subito un silenzio legato non tanto al contenuto di quel che legge bensì al suono e alla sottile emozione della sua voce.

Credo che nessuno avesse calcolato d’ascoltare una breve lettura legata in qualche modo al posto della sosta e forse qualcuno è rimasto spiazzato ma altri hanno probabilmente apprezzato.

Continuiamo il percorso sulla stessa strada finché dopo dieci minuti arriviamo sul limitare del boschetto a suo tempo interrotto dalla colata lavica del 1928, dove la vista spazia ampiamente sui monti circostanti e i crateri fumanti che stanno molto più in alto,  pittoricamente chiazzati di neve effimera che lentamente va sciogliendosi.

Altra piccola sosta ed altra breve lettura : i pizzi Deneri sul versante nord del vulcano, descritti fantasiosamente ma  visti da Linguaglossa.

Siamo tra gli alberi di roverella che hanno ospitato in quell’autunno il picchio muratore, oggi non si vedono uccellini, si sentono solo cantare : c’è chi trilla e chi modula, c’è chi fa un richiamo e c’è chi gorgoglia… una sarabanda di suoni nuovi, giovani, acuti, allegri.

Ora la lettura suscita qualche ilarità ma anche l’ombra di un sorriso e un accenno di stupore, però ai miei occhi viene su bene, un intreccio fra realtà e fantasia come fosse un balocco con cui giocare innocentemente, con una logica, una plausibilità accettabile, con un capo e una coda, naturale e tuttavia sforzata, com’è la vita.

Non ci fosse stata Claudia nel ruolo di lettrice non avrei potuto mischiare così facilmente una scrittura piena di fantasie manierate e di citazioni occulte con una realtà fatta d’un proscenio di pietre grigie e frastagliate, un tempo fuoco vivo ad altissima temperatura.

Quindi attraversiamo la colata lavica del 1928, quella della seconda fase eruttiva che si arrestò a quote alte, in località Magazzeni, pochi giorni prima che si aprissero più in basso le bocche di Ripe della Naca, protagoniste della distruzione di Mascali e subito dopo la contigua colata del 1971, quella che ostruì il torrente Cavagrande, poco prima che lo stesso prenda il nome di torrente Macchia.

Su queste lave ci sono i segni della primavera : piccoli cuscini di erbette che-non-so-come-si-chiamano, margherite bianche e gialle, fiorellini fucsia che inteneriscono il cuore, cespuglietti odorosi misti a ginestre non ancora fiorite a queste quote…

Ci sono alcune piccole dagale (isole di verde che la colata ha aggirato graziosamente nella sua terribile irruenza) che fungono da giganteschi posatoi per gli uccelli che attraversano frettolosamente il territorio nella loro affannosa ricerca di cibo.

Poco dopo nella sosta che faremo appoggiati alle ringhiere di legno che circondano le Case Cubania (nel pomeriggio, mentre prenderemo il gelato nella piazza di Milo apprenderemo dall’amico Paolo Sessa che queste case vengono chiamate impropriamente Cubania, dato che hanno il nome di Paternò Castello) dirò che questo luogo è particolarissimo perché consente l’osservazione del comportamento che hanno gli uccelli che entrano nel bosco o che escono dal bosco… ma bisognerebbe sedersi e nascondere l’orologio, dimenticando il telefonino e indossando una provvidenziale “ pellicola d’innocenza” …

Alle spalle delle case inizia il sentiero in salita, per la verità un pezzetto di scorciatoia, e dopo un centinaio di metri incontriamo la strada sterrata che sale verso il vecchio cratere di monte Rinatu. Siamo nel bel mezzo del bosco misto dove sono presenti tutti gli esemplari di pino, leccio, acero, quercia, faggio, pioppo.

Invito tutti a fare una piccola sosta, ma non perché noto una qualche stanchezza, bensì per soffermarci qualche minuto sulla singolare convivenza stretta che hanno tutti questi alberi, ciascuno con la propria livrea primaverile e con la vanità di esibire l’abito nuovo : su tutti spicca il faggio che si è vestito di foglie verde intenso e si mette in mostra ancor più d’un occhiuto pavone.

La luce del sole entra di taglio e penetra tra la vegetazione mettendo in risalto le varie forme delle fronde e noi stessi,  che diventiamo più piccoli e forse più fragili ma nello stesso tempo assumiamo una dimensione più umana.

Ah, come amo fantasticare quando sono sotto l’ombra degli alberi del bosco! Ed oggi ho deciso di pavoneggiarmi anch’io, similmente ai faggi, con la parola scritta… richiamo Claudia per continuare a leggere la storiella autunnale, nel punto dove c’è l’elogio del carattere pionieristico del pino laricio e quindi il ricordo struggente della raccolta della resina odorosa sui tronchi dei “zappini”. La voce di Claudia diventa sempre più suggestiva e non si capirà a chi è rivolto l’accenno d’applauso appena si ferma diligentemente al punto giusto.

Proseguiamo in leggera salita sulla larga carrareccia che ci porterà verso la nostra meta e improvvisamente, abbassando gli occhi  trovo quasi sotto gli scarponi, sulla nuda terra, un aculeo d’istrice, intatto e lucido;  non solo, è anche pulito , cioè non ha un velo di polvere, quindi il possessore deve averlo perso stamattina all’alba o giù di lì, prima di ritirarsi nella sua tana.

L’incontro “ ravvicinato” con l’istrice elettrizza un po’ la comitiva ma giocando d’anticipo dico che esporremo l’aculeo nell’associazione Agorà, quasi come fosse un trofeo.

Proseguendo incontriamo qualche esemplare di pioppo che ha ancora le gemme e qualche minuscola fogliolina e inevitabilmente mi fa ricordare l’abito autunnale, un giallo unico e irripetibile ( cosa non darei per possedere il segreto di quel giallo naturale), ma il ricordo è legato alla musica perché è qui, davanti al grande pioppo giallo  che  in autunno hanno cominciato a squillare  le note del finale della prima sinfonia di Brahms,  ed è qui che ancora una volta chiedo a Claudia la lettura di quel brano.

Alla fine qualcuno si meraviglia sul fatto che un tema musicale mi possa frullare in testa in un contesto interiorizzato e associato al colore di un albero di pioppo.

Ma io affermerò, a voi tutti che leggete, senza iattanza, anche  a costo d’apparire sicofante e baro, che la musica che conosco e che mi scorre nel sangue alla velocità delle piastrine, mi fa vivere in un mondo fatto d’astrazione, in totale solitudine, interpretando tutto quanto appartiene al quotidiano ma anche al filo del viaggio esistenziale, quello che ci farà approdare al Nulla o all’Eternità, secondo la voce del Filosofo o del Profeta.

Facciamo ancora duecento metri e giungiamo al bivio dove un grosso masso indica la direzione :    a sinistra  c’è l’inizio del sentiero che ci porterà sul ciglio della Valle del Bove, la meta principale della giornata.

Subito dopo c’è un boschetto di pioppi rivestito appena di foglioline tenere e tremule che sembra ci stia aspettando e tutti i rametti si mostrano rabbrividendo davanti a questo gruppo di uomini e donne…  sicché accarezzo il tronco di uno di loro illudendomi di tranquillizzarlo e passiamo oltre badando più alla nostra fatica che alla loro bellezza e poiché ora comincia il previsto percorso  sali e scendi ( come potremmo fare diversamente dal momento che dobbiamo aggirare dolcemente monte Scorsone? )  iniziano le domande tipiche dell’escursionista neofita: a che punto siamo ?  quanto manca?  è questo il sentiero lungo duecento metri?  eccetera, eccetera.

Rispondo con calma e malcelata partecipazione di non pensare alla distanza bensì alla bellezza del luogo, cercando il godimento delle forme del sottobosco ora inselvatichito da qualche rovo, ora coperto da morbido fogliame e palpitante d’humus, substrato d’alcova per tutte le specie, promettente incubatrice del micelio che darà vita ai suoi frutti, quelle meraviglie botaniche che chiamiamo funghi.

Un’ ultima lieve salita a mezza costa su una parete poco ripida piena di querce e faggi prelude a un diradarsi dei rami, dove si intravedono squarci di cielo e dietro una grande roccia lavica, improvvisamente, si apre l’orizzonte facendo scorgere l’immensità della Valle del Bove.

Per tutti ha il sapore di una sorpresa perché il “ balcone” dell’affaccio appare così, ex abrupto, senza preavviso.

A tutti coloro che non hanno ancora visto questo paesaggio da questa posizione dirò che può suscitare un pizzico di sgomento poiché la valle dà un senso di profondità  spropositato, infatti per alcuni secondi bisogna realizzare di trovarsi sul ciglio di una grandissima depressione; una valle profonda ed enorme, anche in senso orizzontale, ci sta davanti e c’è la necessità di concentrarsi un attimo per apprezzarne i contorni che si stagliano all’orizzonte.

In altri termini questo è lo spaccato del pianeta terra, quasi fosse la sezione dell’interno di un vulcano e poiché si tratta di quel che resta di un colossale sprofondamento di un edificio vulcanico assume il nome di “ caldera ” (nel  nostro caso spenta e fredda) con le sue pareti laterali e i condotti attraverso i quali prima del crollo risalivano il magma e i gas,  in dimensioni pressoché incalcolabili, che prendono il nome di dicchi vulcanici.

Quando i nostri occhi stanchi e sporchi d’immagini televisive  (non possiamo dimenticare di essere figli del 20° secolo) si saziano di tanto spettacolo naturale inizia la distrazione e si comincia a pensare di riempirsi la pancia.

Chissà perché tutti scelgono di sedersi sul ciglio della valle, appena sotto il limitare sommitale dando le spalle alla valle assolata e scegliendo l’ombra degli alberi.

Ma io no, preferisco desinare guardando l’interno della valle in direzione sud e vengo ripagato abbondantemente, giacché laggiù, sulla verticale della Rocca delle Capre, dalla mia destra entra in volo un rapace con livrea nocciola  e  di piccola taglia che mi fa pensare subito al gheppio, ma ecco che segue la stessa scia un altro di stazza molto più grande, almeno il doppio del precedente, molto simile nel colore, tuttavia leggermente più scuro e a chiazze bianche, e poi un altro ancora, adulto.

Ho la sensazione che il gheppio cominci a pensare di far mobbing (azione di disturbo), me lo dice il batter d’ali nervoso e propenso a improvvise accelerazioni. I due rapaci più grossi col piumaggio che sventola sul loro dorso volteggiano sicuri, del tutto indifferenti,  deve trattarsi di poiane, forse una coppia.

Mi sono immobilizzato,  anche se sono ben nascosto tra la vegetazione dei cespugli che si trovano sul ciglio del burrone;  sto in piedi, mentre mangio, masticando lentamente. Ho subito capito che per non farci vedere dai rapaci  provocandone la fuga devo restare immobile e in silenzio, così non avverto nessuno dei miei compagni, ma non per egoismo, piuttosto per educazione ambientale : con i rapaci in volo, in questo habitat bisogna comportarsi così, se li si vuole ammirare. Dopo alcuni secondi si allontanano dalla mia vista, del resto dalla mia posizione vedo soltanto uno spicchio della valle, il resto è occluso dalla vegetazione.

Ritorno all’interno del gruppo mentre stanno  per esaurirsi  le ultime leccornie; Franco ha portato perfino il caffè nel termos. Quando comincia la chiacchierata post-prandiale interrompo per ammannire  le ultime spiegazioni sulla Valle del Bove,  utilizzando i disegni colorati di un bellissimo libro sulle escursioni naturalistiche che ho portato pazientemente con me dentro lo zainetto.

E poi… ultima lettura della cronaca autunnale, quella relativa all’avvistamento della coppia  d’aquila.

Claudia, la dolce lettrice, mi accontenta volentieri per la quinta volta e forse qualcuno si sarà annoiato ma altri sembra che apprezzino più o meno convinti.

Ci spostiamo ancora una ventina di metri più a levante, sull’impervio sentiero che c’è sul ciglio della valle per far spaziare lo sguardo in direzione del mare, lontano fino al profilo della Calabria  e nella direzione opposta per vedere la zona sommitale dell’Etna, tra i crateri fumanti.

Siamo ora  pronti per riprendere la strada del ritorno, il sentiero è così facile che i miei compagni potrebbero tornare a casa da soli, così mentre loro si avviano mi attardo ancora sul ciglio panoramico e mi siedo un attimo sulla roccia per un ultimo sguardo, il sole è come sospeso in aria, non va né avanti né indietro, un leggero pulviscolo lucente  (in altri momenti polvere d’oro della mia vita) avvolge ogni cosa ed anche l’anima, com’è caldo e buono, penso, questo momento.  Come vorrei gustarlo adagio. 

Com’è calda e buona, la vita, sussurrava un poeta… e… non mi crederete, modula in un punto che ho dietro la fronte il canto del  “ Il pastore sulla roccia “    ovvero   “ Der Hirt auf dem Felsen “   e il clarinetto mi accarezza l’udito :

Wenn auf dem hochsten Fels ich stah

………………………………………………………..

Quando sto sulla roccia più alta,

Guardo giù nella valle profonda,

E canto,

 

Dalla profonda valle oscura

Si leva l’eco

Delle gole.

 

Più lontano penetra la mia voce,

Più chiara mi riecheggia

Dal basso.

 

La mia innamorata abita così lontano da me,

Ed io la bramo così ardentemente

Dall’altra parte.

 

………………………………………………………………

 

( Musica di Franz Schubert :  Lied  D 965  per  soprano, clarinetto e pianoforte  -   Testo di W. Müller  - Traduz.  S. Santandrea ).

 

Che vi posso dire? Appena mi apparto un poco, appena resto solo, emergono suoni e parole conosciute, un sublime rovello che dà le vertigini della voluttà… ma anche la consapevolezza della musica pura, o meglio, della quintessenza della musica;  come diceva un grande musicista : “ la musica è il lied di Schubert, voce e pianoforte” ; il clarinetto, meravigliosamente, aggiunge  nostalgia e profondità evocativa.    (Egidio Mangano)

 

P. S. :   Poiché la presente cronaca poggia indebitamente sulla precedente del 15 novembre 2009, si segnala, a chi volesse leggere integralmente quest’ultima, che può visitare il sito : www.wwfjonicoetneo.org  e cercare il link delle escursioni 2009.

 

 

 

www.lagoragiarre.it

eglidios@gmail.com

Cell. 348 1010699

 
 © Copyright 2005 Powered By: EtnaLab