Associazione Culturale L'Agorà - Giarre  


Statuto Programma News Attività Archivio Cinecircolo Links Foto



      Forum

 

 

Dettagli...

Chiudi dettagli  


 

> Cronaca gita a Castroreale

Cronaca gita a Castroreale del 14 marzo 2010

con l’Associazione  AGORA’ di Giarre

Quanti timori e apprensioni ha portato con sé questo clima bizzarro vicino alle idi di marzo, marcatamente marzolino. Piogge più che abbondanti fino alla vigilia della partenza per la nostra meta di domenica 14 marzo  :  Castroreale.

Tutti muniti di ombrello i cinquantasette partecipanti a questa piccola avventura, ma tutti desiderosi di assecondare le indicazioni relative alle opere d’arte che  si trovano in tale località, secondo le parole contenute in una locandina promozionale che recitava : una giornata a contatto con l’arte, la cultura, le bellezze paesaggistiche…

Questo paesino è  posto su un contrafforte dei Nebrodi con lo sguardo rivolto verso nord sul mar Tirreno, dove da secoli contempla con struggimento il profilo di tutte quante le sette isole Eolie che hanno nomi antichi e originali :  da sinistra  Alicudi, Filicudi, Salina, Lipari, Vulcano, Panarea, Stromboli, come se volesse abbracciarle tutte con le mani protese dal promontorio di Tindari a capo Milazzo.

La storia racconta che Castroreale non era ancora nata  quando il mare si colorò di rosso per il sangue immane versato nella battaglia di Milazzo, nel 260 a.C. nel corso della prima guerra punica, la prima vittoria navale di Roma nei confronti dell’esperta flotta di Cartagine. ( Ma questa è un’altra storia ).

Quando il nostro pullman si avvicina alla periferia dell’abitato una spruzzata di pioggia ci fa ricorrere ai nostri ombrelli colorati, ancora non sappiamo che sarà l’ultima pioggerellina della giornata e che tra poco arriverà il sole che ci riscalderà nel corpo e nello spirito.

La guida che ci accompagnerà per l’intera mattinata, la signorina Melina Trovato, senza perder tempo ci invita a salire per la stradina che porta alla Chiesa di S. Agata, la nostra prima tappa, il luogo in cui è conservato il “Cristo Lungo”, uno dei tanti titoli dati alla figura di Cristo dalle profondità della tradizione popolare. ( U Signuri Longu, che nel 1854 aveva miracolosamente liberato il paese da un’ epidemia di colera. Questo Crocifisso in stucco e cartapesta dipinto da ignoto plastificatore del sec. XVII è oggetto di un culto straordinario e la ricorrenza festiva cade nei giorni dal 23 al 25 agosto. Viene portato in processione issato su un lungo palo a forma di croce di dodici  metri, il quale incardinato su una “ vara “ portata a spalla è lentamente alzato con il sostegno di lunghe pertiche munite di forcine con complesse e delicate manovre. Tutto l’insieme pesa circa tre quintali. La statua è fatta oggetto di devozione con ex voto di capelli veri offerti dalle donne del paese. Un caso degno di essere studiato in antropologia culturale ).

Quest’oggi ho il compito di accompagnare questo gruppo così numeroso e mentre constato di essere l’unico ad essere già stato in questi luoghi, sento il bisogno d’indossare non già la mia  pellicola d’innocenza, come faccio quando ritorno in una cava ragusana o in una grotta carsica, bensì lo spirito del  “ viandante “,   ( il Wanderer goethiano ) che ritorna sui luoghi in cui può parlare con la propria anima, specchiandosi in un volto di marmo, guardando con occhi nuovi l’espressione e i lineamenti che l’artista o l’artigiano ha voluto inventare.

E qui, in questa chiesetta secentesca c’è l’Annunciazione di Antonello Gagini che mi commuove, specialmente quando penso al momento in cui egli  ha deciso di cogliere l’atteggiamento di Maria,  cioè dopo lo stupore dell’annuncio: “ Come è possibile? Non conosco uomo …” dunque nel momento in cui Ella medita sul mistero dell’Incarnazione,  un attimo prima di rispondere all’angelo e pronunciare   :   Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto… “

Quando un’opera d’arte, di marmo eppure viva e palpitante, mi fa affiorare un momento di riflessione sul medesimo    mistero “  , a me che sono tiepido sul culto iconografico di Maria, ebbene, mi sento inondato di pienezza e consapevolezza, ecco, in quel momento il “ viandante” ritrova la certezza e il significato esistenziale.

Il percorso museale che dobbiamo compiere non consente di soffermarsi su queste sensazioni e fra l’altro non c’è nessuno che indica l’emergere del messaggio legato  “ all’ angelo annunziatore “.

Ah, come desidererei colloquiare con monsignor Ravasi davanti a questa immagine, stavolta correrò a cercare le sue meditazioni, senza pretendere di capire razionalmente quel che è già arcano e misterioso.

Ben presto usciamo dalla Chiesa e ci avviamo verso il Museo Civico, dove ci dobbiamo dividere in tre gruppi per affrontare il percorso previsto e gli sguardi che incrocio non sono pieni d’entusiasmo : non tutti amano confrontarsi con dipinti che occorre restaurare  più o meno necessariamente, ma nella sala ove è posta la Madonna di De Saliba che tiene in braccio  il Bambino con il volto quasi da adulto e che contiene anche due  antichi crocefissi lignei di cui uno mirabilmente colorato al naturale, con l’attiguo, magnifico, monumento funerario marmoreo a Geronimo Rosso di Antonello  Gagini, un senso d’ammirazione si diffonde nell’aria,  o meglio, così  lo percepisco io.

Tuttavia non ritrovo il senso dell’incanto provato durante la prima visita. Ora non sono un semplice visitatore, sono diventato anche un accompagnatore e dunque ho smarrito il ritmo giusto della lentezza che pratico nell’incedere museale.

Quando incrocio gli occhi di Rosita, alla quale ho parlato abbondantemente di questi luoghi e alla quale ho mostrato una copiosa documentazione fotografica, intravedo un’intesa sempre più confortante,  ma il “ viandante “ è confuso, smarrito, distratto, estraniato.

Archiviato il primo museo c’è da proseguire verso il Museo parrocchiale ma poiché il primo gruppo è già in strada e il secondo si attarda al piano terra, mentre il terzo di cui faccio parte esce pigramente dall’edificio, percepisco un momento di pausa, quasi  un’ impasse, potrebbe essere un momento di riflessione ma… com’è difficile avvicinarsi alle opere l’arte, contemperare le esigenze della propria cultura e sensibilità, soprattutto com’è  facile cadere preda della superficialità e dell’approssimazione.

Ma il ruolo d’accompagnatore m’impone l’obbligo di guardare l’orologio e raggruppare un’umanità che altrimenti andrebbe in ordine sparso disperdendosi in discussioni inutili, correndo il rischio della noia e del disinteresse.

Dunque emerge una dicotomia : il desiderio della lettura personale per ritrovare le emozioni e provare la tensione sensibile e l’esercizio del ruolo sociale per guidare e incanalare un insieme e una diversità d’umano sentire.  

Per tutto il giorno si svolgerà questa sorta di sdoppiamento e la cosa  m’intriga ambiguamente  :  il fatto è  che non mi sento pronto e preparato per affrontare il secondo ruolo, apparentemente più prosaico.

Saranno le parole pronunciate a profusione e relative ai ringraziamenti e ai complimenti ricevuti a smentire questo mio stato d’animo.

Quando arriviamo davanti al secondo museo, nella Chiesa di  S. Maria degli Angeli incontro per primo, com’è naturale, il professore  Bilardo che ci attende per iniziare la visita con un gruppetto di venti unità.  

Chi entra non percepisce subito l’esigenza organizzativa, sicché l’effetto sarà quello della divisione di alcune coppie:  alcuni mariti lasciando indietro le proprie mogli si ritroveranno da soli nel primo gruppo dentro il museo e alcune mogli a loro volta si ritroveranno da sole nel secondo gruppo un po’ più numeroso, dove ci sono anch’io, che proseguirà la strada per raggiungere la Chiesa della Candelora:  lo scopo è quello di guadagnare tempo e praticare l’alternanza dei gruppi nella visita dei due luoghi.   

Percorrendo la stradina, l’antica via della Moschita,  noi del secondo gruppo ci imbattiamo nell’attuale piazzetta della Moschita dove è stato eretto l’arco ebraico ritrovato nel quartiere, ora sistemato dignitosamente con lo sfondo verde dei monti circostanti, verso mezzogiorno, idealmente proiettato verso la Palestina geografica.

Dentro la Chiesa della Candelora per ammirare la Tribuna dorata siamo in tanti ma tutti interessati e quasi abbagliati dalla luce riflessa che l’opera emana. La guida ci illustra le caratteristiche, la storia, la fattura, delle singole formelle dipinte che narrano la storia della devozione a Maria, incastonate nella struttura monumentale a forma di tempio, dove nell’edicola centrale vi è la Madonna che presenta il Bambino Gesù al Tempio.

 

Come non ricordare l’emozione, l’incanto, della prima volta, quando sono rimasto ammirato e trasognato davanti a tanto splendore.

Vedete, io davanti a queste opere devo inseguire faticosamente la mia fantasia che si nutre evidentemente di letture e immagini iconografiche acquisite in età giovanile ed esplorate quasi con metodo antologico, spesso in totale solitudine, nelle maggiori città d’arte della penisola: Roma  Napoli, Firenze, Milano , Venezia.

Permettetemi di raccontare, a questo proposito, l’episodio vissuto al Castello Sforzesco davanti alla Pietà di Michelangelo: la Pietà Rondanini, sì, quella incompiuta;  mi sedetti sulla cassapanca posta alla giusta distanza ad osservare con cura i particolari e l’insieme dell’opera (sapientemente illuminata) e l’attrazione aumentava di minuto in minuto. Ogni tanto mi alzavo per osservare da vicino un particolare, poi ritornavo a sedere. Nel frattempo lavorava il cervello, incapace di dominare l’emozione che saliva dalla palpitazione del cuore che pompava sempre di più.

L’auto-suggestione montava irrefrenabile e intanto il tempo scorreva inesorabilmente finché la mia compagna cominciò a stancarsi e mi invitò ad alzarmi. Non ebbi il coraggio di guardare l’orologio, ma quando mi decisi con riluttanza ad allontanarmi, mi accorsi che erano trascorsi circa 70 minuti e dunque cos’era accaduto in quell’ora abbondante dentro di me?  L’attrazione totale per la bellezza “ assoluta “, una bellezza fatta di colpi di scalpello grossolani, laddove non c’era nessuna levigatura, nessuna armonia di forme anatomicamente esatte. Capii che la bellezza si può  trovare anche o soprattutto in un’opera d’arte incompiuta. Confesso che da quel giorno sono sempre alla ricerca di opere incompiute o non finite : mi attraggono e mi emozionano nella profondità dell’intimo, ma sono rare, rarissime.

Altra cosa è la cosiddetta sindrome di Stendhal ( avete mai provato l’incanto, lo stordimento che sopraggiunge nell’animo di chi guarda un’opera, un panorama pieno di bellezza e di fascino?).

Questa sindrome è più ricorrente e a Castroreale l’ho provata nello spazio di due metri quadri, ma non questa volta, bensì la prima volta, quattro anni fa: davanti al trittico di scuola fiamminga,  “ L’adorazione dei Magi “ , ora l’avete visto tutti dentro il museo parrocchiale, non sto parlando di un’opera non conosciuta. ( Mi sforzo di intrattenervi su opere condivise ).

Ma ancor di più è accaduto nel medesimo luogo, lì, appena ruotato lo sguardo di 180 gradi ho ritrovato la mia condizione d’uomo, nella rappresentazione dell’umanità incastonata all’interno del mantello marmoreo  della Madonna  Accomandata di Antonello Freri del 1510: vi ricordate quei piccoli volti incastrati tra le pieghe del panneggio? Ecco, in quei volti, mi sono specchiato, mi sono ritrovato, mi sono sentito raffigurato, perfino effigiato… e quanta tenerezza, ogni volta, mi suscitano quei volti stilisticamente raffinati, così timorosi e stupiti, al riparo del mantello, anzi al riparo tra le pieghe del mantello. (2)

 

_____________________________

(2)  Le feste della varette si legavano all’origine, alla memoria delle ricorrenze pasquali attraverso il culto della Madonna ammalata : da qui il vocabolo accomandata, discendente dalla voce latina accumbo, nella seconda forma, per definire il significato di distesa, sdraiata, vista la sua afflizione per il patire del figlio.

 

 

 

Usciamo dalla Chiesa della Candelora e subito notiamo i volti dei nostri compagni di viaggio appartenenti al primo gruppo che si avvicinano alla chiesa, così mentre noi ci accingiamo a percorrere la strada a ritroso e rientrare al museo, nell’incontrarci scambiamo qualche battuta  e se ne sentono di tutti i tipi  :   ma dove siete stati ?  -  mio marito e con voi?  -   perché te ne vai per conto tuo ?  -  dove dobbiamo andare ? -  ecc. ecc. ;  qualche momento di smarrimento non guasta per animare un’atmosfera altrimenti stagnante. I più intraprendenti, durante il tragitto per la strada principale di via Umberto hanno trovato il tempo di acquistare i biscotti della Badessa.

In quel momento mi rendo conto che ci dobbiamo affrettare per rientrare al museo dove ci aspetta il professore Bilardo. E devo faticare un pochino, per raggruppare il gruppo che ancora deve visitare il museo di S. Maria degli Angeli. Il professore, paziente, riattacca come se niente fosse, pare quasi che legga un libro, ad illustrare il primo ambiente, quello relativo al mistero dell’Incarnazione :  così ci fa vedere gli originali delle formelle che fanno parte della Tribuna della Candelora (sono cinque piccole tavole della fine del XIV secolo di anonimo meridionale, raffiguranti storie di vita della Vergine) , poi una vetrina contenente i primi preziosi ostensori e la statua di Antonello Freri, quella della Madonna che contiene l’umanità tra le pieghe del mantello,  rappresentata come regina tra i poteri temporale ed ecclesiale.

Quindi passa ad illustrare “ L’ adorazione dei Magi “  di scuola fiamminga tra le Ss. Marina e Barbara ( un fascino particolare si diffonde da tale dipinto : il sapiente cromatismo e il gioco dei chiaroscuri in un armonico senso prospettico, ricco di particolari non solo pittorici ma anche simbolici , vedi il bambino in fasce e la testa di un uomo ai piedi di Santa Marina )  (1) e poi ci introduce nella  cameretta attigua dove ci sono un reliquario settecentesco di argentiere siciliano in argento a fusione cesellato recante il sacro capello,  una croce  d’altare con figure incise e dipinte in madreperla,  un ostensorio in argento fuso del 1787 di argentiere messinese raffigurante nel fusto il sacrificio di Isacco, altri ostensori di pregevolissima fattura, tutti illustrati col nome dell’autore, dell’epoca, e spesso anche del committente.

__________________________

(1)    Marina seguì il padre rimasto vedovo e ritiratosi in un convento (identificato con il monastero maronita di Qannoubine), travestendosi da uomo e dichiarandosi eunuco e cambiando nome in Marino. Restò in convento anche dopo la morte del padre, conducendo vita monastica. Durante un viaggio con alcuni confratelli passò con loro la notte in una locanda e la figlia del locandiere, rimasta incinta di un soldato, accusò il monaco Marino del misfatto. Fu quindi cacciata dal convento e le fu affidato il bambino, che allevò con mezzi di fortuna. Restò nei dintorni del convento facendo penitenza per una colpa che non aveva commesso finché vi fu riammessa dopo tre anni. Solo alla sua morte i monaci si accorsero del fatto che fosse una donna e che, accusata ingiustamente, aveva sopportato tutto con grande rassegnazione.

Marina appartiene alla categoria delle sante travestite particolarmente diffusa nella tradizione cristiana del Mediterraneo orientale e che perdura nell'agiografia fino al Medioevo con Giovanna d'Arco; il motivo del travestimento in abiti maschili è presente anche nelle vite di: santa Apollinaria, santa Eugenia, santa Eufrosina, santa Teodora, santa Pelagia, santa Tecla.

 

 

L’attenzione che dimostrano i visitatori è grande ed encomiabile ma sono sicuro che anche il primo gruppo  si è comportato allo stesso modo.  In fondo è l’autorità insita nella voce del professore che impone il silenzio e il rispetto.

Sono l’unico, fino a questo momento, ad avere conoscenza della cultura e delle capacità del professore Bilardo e perciò senza essere visto posso scrutare i  volti dei miei compagni, non sento la necessità di guardarlo in viso, mi basta sentirlo. Così posso scattare qualche foto, ma non troppe, scegliendo i soggetti più attraenti.

Non si può essere esaustivi, in questa modesta cronaca, ma è necessario citare  una meravigliosa vetrina contenente calici antichi e preziosi, il dipinto di S. Lorenzo  raffigurato in una tavola cinquecentesca, (come sono affezionato a San Lorenzo: il nome di mio padre) un paliotto in argento sbalzato e cesellato del seicento di argentieri messinesi con S. Francesco che riceve le stimmate insieme a S. Chiara in adorazione dell’Immacolata, infine la bellissima tavola di S. Agata con dodici storie della sua vita dell’inizio secolo XV.

Con pazienza, anche se il tempo stringe e dobbiamo visitare ancora l’interno del Duomo, viene completata la visita dell’intero museo, in fondo una grande sala di una piccola chiesa, ora adibita a museo e mentre il professore provvede a chiudere la porta blindata protetta da ogni sistema d’allarme, velocemente ci avviamo per il Duomo che  verrà aperto per noi alle ore 13.00.

Mi dice con orgoglio la signorina Trovato che ci guida  :  “ oggi ho le chiavi di tutte le chiese visitabili “.

Davanti al Duomo, nella piazza delle  Aquile  dalla quale si gode un magnifico panorama sulla costa tirrenica,  ci ritroviamo i due gruppi precedentemente divisi ed è un incontro caloroso e pieno di curiosità:  battute scherzose, interscambio di impressioni e sensazioni,  per alcuni è come ritrovarsi dopo tanto tempo, la socializzazione odierna è molto forte, il senso di appartenenza a una piccola comunità compie miracoli.

In queste occasioni, sotto il sole primaverile che fa socchiudere le palpebre e stringere le pupille,  quando si è giovani può capitare di struggersi per un’ innamorata oppure suggere le delizie più conturbanti da un incontro amoroso.  

Dentro il Duomo  abbiamo appena il tempo di sederci con una certa disciplina che il professore ci raggiunge e comincia l’illustrazione del tempio, prima sotto l’aspetto storico e poi nel merito delle opere che vi sono custodite : tante tele e pale d’altare, tante statue, fra le quali spiccano quelle di Antonello Gagini e quindi alzandoci ci avviciniamo al transetto per ammirare sull’altare di destra il polittico raffigurante la Madonna in trono tra i Santi Pietro e Nicolò nel registro principale e  sull’altare di sinistra  l’altro polittico raffigurante la Natività di Gesù tra i Santi Francesco d’Assisi e Giovanni Battista.

Non si contano i particolari di natura storica e soprattutto artistica che il professore ci espone : una vera e propria lezione di storia dell’arte e tutto ciò in circa mezz’ora. Apparentemente sembra che non possa fermarsi più ma Egli ha il senso della misura e capisce da sé che l’ora è tarda (sono le 13.30),  sicché ci accingiamo a salutarlo e ci avviamo all’uscita, non prima di ringraziarlo con una calorosa stretta di mano e con un piccolo dono, un libro della nostra Etna che risulta  molto gradito.

Ah, cara Rosita, abbiamo dimenticato di soffermarci qualche minuto sulla meridiana… dopo tante discussioni non avremmo dovuto tralasciare… ho saputo del tuo rammarico, perciò sono d’accordo con te, ritorneremo a Castroreale.

Alla spicciolata attraversiamo la piazza per entrare nel ristorante di fronte, ma nel frattempo il nostro autista, Franco Ragusa, si è presentato al professore e mentre sta dicendo che egli è linguaglossese  il professore  ci confida che ha conosciuto il nostro poeta Santo Calì, nei lontani  anni sessanta, e ci dice  che Santo è stato lo scopritore della copia del dipinto raffigurante la Madonna tra S. Francesco e S. Chiara di Scipione Pulzone, che ora si trova al Museo Civico (l’originale si trova a  Mistretta  nel convento dei Cappuccini).  Come siamo compiaciuti  io e Franco nell’apprendere che il professore è stato amico del nostro compaesano  poeta.

Siamo un po’ stanchi e sederci in una grande tavolata nella sala del ristorante Aquila è un meritato riposo. Quando mi presento alla signora Catena come colui il quale l’ha contattata per telefono più volte, anche per concordare il menù odierno, ho la gradita sorpresa di  trovarmi davanti a una giovane ventenne.

Pranzo turistico di buon livello e servizio adeguato. Mi pare che tutti siano abbastanza soddisfatti. Alcuni amici, in testa il Presidente, mi fanno i complimenti ma penso di non aver alcun merito, relativamente al pranzo. E’ andata bene, ma il professore ci aveva dato buone referenze.

Aldo, Rita, Angela, mi avvicinano e mi confortano a proseguire con lo stesso metodo fin qui praticato. Loro si sentono coinvolti in quanto dirigenti e tengono a far riuscire bene la gita.

Quando la signora Carmelina mi si avvicina al tavolo e mi dice che lei e il suo gruppo durante il trasferimento dal Museo Parrocchiale alla Chiesa della Candelora non hanno visto i resti del quartiere ebraico, realizzo che è avvenuto un piccolo disguido. Prometto di provvedere appena finito il pranzo.   Infatti,  subito dopo il caffè ci avviamo verso la scalinata che ci porterà ai resti della torre di Federico  -  ma troviamo il cancello chiuso e per telefono mi dicono che la domenica pomeriggio è la norma e che in ogni caso si sarebbe dovuto prenotare in tempo utile    -  così, un po’ delusi,  ci avviamo per la strada di ritorno ma passando dalla piazzetta della Moschita dove c’è  l’arco ebraico, quello che in mattinata non tutti avevano visto.

Ora che siamo sul pullman che ci porterà nella località di Tindari ci rilassiamo un po’;  a causa di una frana sulla strada statale che porta al Santuario dobbiamo compiere una lunga diversione fino allo svincolo di Patti e quindi arriveremo tardi, alle 18.00,  dopo il tramonto,  giusto in tempo per entrare nel Santuario.

Ma in quest’ora scarsa  che abbiamo a disposizione  prima che sopraggiunga il buio , cioè fino alle 19.00, siamo liberi di muoverci singolarmente e allora ne approfitto per affacciarmi dal piazzale antistante la chiesa (sono solo ed isolato), per guardare a nord e a levante in direzione dei laghetti di Marinello :  le bellissime dune perennemente cangianti nella forma per effetto del moto ondoso e delle maree. 

Il sole è già tramontato, si avvicina il crepuscolo e arriva la tenerezza  della sera, le sagome delle isole Eolie diventano sempre più impalpabili, tutto comincia a trascolorare,  il  sovvenire dei ricordi giovanili in questo luogo mi stringe il cuore ma mi par di sentire una voce : confessa di aver vissuto, ammetti di essere pronto, dice …  sì, rispondo, sono quasi pronto, ancora un momento, devo scrivere una piccola memoria…

Poi la temperatura frizzante e leggera mi spinge ad entrare nel bar e riscaldarmi con un buon tè.

Poco prima delle sette di sera mi riaffaccio dal belvedere per guardare il mare; ora si intravedono soltanto le luci della costa verso levante e … avverto il pianoforte schubertiano, il mio amore segreto, quindi la voce di Barbra Hendricks che mi canta dentro la testa :  “ Heil’ge Nacht, du sinkest  nieder…”

Santa notte, scendi;

Anche i sogni scendono,

Come il tuo chiaro di luna nella stanza,

Nel silenzioso cuore dell’uomo.

Egli li ascolta con piacere;

Li richiama, quando si leva il giorno:

Ritorna, santa notte!

Dolci sogni, ritornate!

 

( Nacht und Träume  -  Notte e sogni -  di M. von Collin )  ( Trad. :  S. Santandrea )

 

Alle 19.00,  puntuali, siamo tutti sul pullman e avendo voglia di distrarmi abbandono la posizione della poltroncina accanto all’autista e spudoratamente dico che ora per il viaggio di ritorno vado a sedermi nella parte posteriore del pullman , dove di solito si canta, si scherza, ci si diverte…

Il “ tradimento “ lo pagherò perché non succede nulla  ed io non so prendere iniziative canore. Resisto quindici- venti minuti poi ritorno alla mia posizione,  ma per conquistare il microfono e fare un po’ di pubblicità : sul pullman ci sono circa venti partecipanti che non sono soci dell’Agorà e perciò li ritengo  soci potenziali, così decanto alcune iniziative previste dal programma per aprile e maggio, in particolare la proiezione di un filmato di Cavalleria rusticana in una  edizione di Giorgio Strehler e una  escursione sull’Etna in località Case Cubania – Valle del Bove per il 2 maggio.

Poi passo a descrivere un’escursione particolarissima che organizzerà il WWF jonico etneo l’11 aprile nel ragusano, provvisoriamente chiamata “ La  via della pece ” .  Un tuffo tra i giacimenti d’asfalto che noi etnei conosciamo molto poco.

Il Presidente  Andrea viene a darmi man forte illustrando a sua volta  le lodevoli attività della nostra Associazione.

Il caso vuole che qualcuno accenni ad un’escursione del WWF riguardante il birdwatching e siccome in quel momento stiamo attraversando il tunnel sotto Colle S. Rizzo, mi sovviene di narrare l’esperienza di difesa degli uccelli che migrano in  primavera in direzione nord.

E’ inevitabile che mi dilunghi sulle attività difensive dei falchi che l’indomita, intrepida Anna Giordano  ( vincitrice nel 1998 del premio internazionale Goldman  Environmental  Price, una sorta di premio Nobel per l’ambiente ) ha praticato nel corso degli anni in prossimità dello stretto di Messina  per combattere l’indegna pratica del bracconaggio,  coinvolgendo molti coetanei e tanti appassionati tra cui mi annovero immodestamente,  ma  l’effetto microfono mi fa compiere la        “ gaffe di Mike Bongiorno ”,  nel senso che attribuisco ad Anna la difesa degli uccelli e quindi … il doppio senso è duro a morire.

Sul momento non me ne accorgo, ma per la verità neanche dopo, finché uno spirito caustico che c’è fra noi  (ma scherzoso e simpaticissimo)  non me lo fa notare in sottovoce, in privato, e non ne posso più dal ridere… che bella cosa saper ridere di sé stessi.  E’ l’ultima nota, soffocata ma esilarante di  un’ interessante giornata, per la verità definita da molti una splendida giornata. Sono d’accordo ma si può far di meglio…

Forse i complimenti all’accompagnatore – organizzatore sono troppi, quando le lodi sono troppe … ma ho ragione di ritenere che sono lodi sincere.

Si attendono smentite.  (Egidio Mangano)

 

 

www.lagoragiarre.it ( via Turati, 4 ) dall’ 1 aprile via Carolina, 192.

eglidios@gmail.com     Cell. 348.1010699

www.wwfjonicoetneo.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 © Copyright 2005 Powered By: EtnaLab